Mauro Di Meo
Il gran naviglio

2a3. Il gran naviglio
In questo testo, tratto dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Galilei espone un dialogo tra Filippo Salviati e Giovan Francesco Sagredo; il primo, scenziato fiorentino a cui Galilei affida nel trattato le argomentazioni delle proprie idee di stampo copernicano; il secondo, nobile veneziano che rappresenta il destinatario dell'opera, che può essere identificato in una persona curiosa ma non esperta sull'argomento.

L'esperimento del "gran naviglio” viene presentato da Galilei per smentire le argomentazioni che i Tolemaici opponevano al moto rotatorio della Terra: costoro sostenevano infatti che tutti gli oggetti non vincolati alla superficie terrestre, come per esempio gli animali volanti, non sarebbero riusciti a stare dietro al moto di rotazione della Terra, in quanto il moto di quest'ultima era più rapido del loro.

Ciò che Galileo vuole dimostrare è che, al contrario, il moto, purché uniforme, ovvero privato di rallentamenti o accelerazioni, corrisponde alla stasi.

Per dimostrarlo ricorre appunto all'esempio di una grande imbarcazione: sia che la nave sia ferma, sia che la nave compia un moto uniforme, i movimenti degli oggetti non vincolati alla superficie della nave stessa, come possono essere mosche od oggetti lanciati cui lo stesso Galileo fa riferimento, non subiranno mutamenti, bensì resteranno invariati.

Il fatto che il moto uniforme risulti apparentemente equivalente alla stasi pone come questione importante il fatto dell'impossibilità di trovare un sistema di riferimento assoluto; il che implica, inoltre, che sia l'uomo sia la Terra perdano la loro centralità, in quanto non possono più essere considerati i punti di riferimento centrali.