Angele Scibilia
Paolo Sarpi e la questione dell'Interdetto

1b. Paolo Sarpi e la questione dell’Interdetto

Durante tutto il periodo della controriforma, ossia dalla metà del XVI secolo fino alla conclusione del XVII secolo, lo Stato della Chiesa esercitava il suo potere su tutti gli stati italiani. Venezia era l'unica realtà politica in Italia che ostacolasse l'influenza di Roma, cercando di garantirsi il pieno controllo del suo territorio. La Serenissima, ormai Repubblica plurisecolare, attuava una politica socio economica aperta a tutte le realtà culturali presenti nel bacino mediterraneo; perciò la città era diventata un ambiente favorevole ad attirare a sé intellettuali ed artisti e consentiva loro una relativa libertà di espressione. È in questo scenario che confluiscono i più grandi pensatori del cinquecento e del seicento italiano, quali Giordano Bruno, Galileo Galilei, Paolo Sarpi, e in cui pittori manieristi, tra cui Giorgione, Tiziano e Tintoretto, trovano l'appoggio dell'aristocrazia. Può essere considerato emblematico il ruolo dell'Università di Padova, in cui Galilei stesso insegnava, che risultava centro assoluto della cultura veneziana.

Joseph Heintz, Pianta prospettica di Venezia, Venezia, Museo Correr

In questo ambiente nasce e vive Paolo Sarpi. Egli frequenta l'università di Padova, dove incontra Galilei, e si laurea in teologia. Dopo un periodo passato a Milano come collaboratore di Carlo Borromeo, si stabilisce definitivamente a Venezia: Sarpi viene scelto come consigliere del Governo Veneziano per questioni teologiche e giuridiche. Infatti la Serenissima aveva dovuto ostacolare le intromissioni dello stato della Chiesa nella sua politica interna.
Il conflitto tra le due potenze arrivò al culmine nel 1606 con la “Questione dell'Interdetto”: Venezia rivendicava da tempo la possibilità di gestire autonomamente il proprio territorio e la propria giurisdizione; per questo la Repubblica assumeva su di sé la decisione di costruire chiese e pretendeva che i cittadini Veneziani, ancorché ecclesiastici (mi riferirisco in questo caso a Saraceno e Brandolino, considerati il “casus belli” della questione dell'interdetto), fossero giudicati da un tribunale veneziano. La risposta della Chiesa a questo atto fu la scomunica di tutta la Repubblica e l'interdetto, ossia l'impossibilità di celebrare riti religiosi.
Venezia a sua volta rispose con l'abilità giuridica di Paolo Sarpi che, attraverso una serie di trattati contro l'interdetto, dimostrava l'illegittimità delle azioni del Papa sia dal punto di vista giuridico, sia in considerazione del pensiero ecclesiastico. In uno di questi testi Sarpi affronta il problema della costruzione delle chiese in territorio veneziano. Il governo aveva imposto che venisse rilasciata una licenza per l'edificazione di luoghi di culto, cosa che aveva ispirato un certo dissenso da parte della Curia romana. In questo testo viene affermata la legittimità di dare disposizioni sull'utilizzo del proprio territorio da parte del principe, come un privato è libero di disporre del suo terreno. Infatti, una chiesa non ancora edificata è solo in potenza tale è non ha diritto di considerarsi un luogo ecclesiastico ancor prima di essere stata consacrata, così come i tronchi che andranno a comporre la struttura della chiesa, non possono essere pensati se non come qualcosa di puramente laico. Sarpi attraverso il paradosso delle travi pone l'accento sulla impossibilità di coniugare potere temporale e potere spirituale della Chiesa, poiché tutto può essere possibilmente consacrato al divino, ma se un qualunque principe dispone sopra qualcosa che ha essenzialmente qualità materiali non offende la divinità.