Andrea Segatta
La teoria dell'impeto

2b2. La teoria dell’impeto
Spesso, nello studio della fisica del moto, ci si concentra soprattutto sullo studio della teoria aristotelica e copernicana, tralasciando un arco di tempo enorme che va dal VII sec. a.C. al XVII sec. d.C. Un importante contributo alla fisica del moto è stato però dato, nel corso del Medioevo, dalla teoria dell'impeto, elaborata da Buridano.

A partire dal VI secolo dopo Cristo la fisica del moto di Aristotele viene sottoposta a severe critiche. Si comincia ad analizzare la possibilità del moto nel vuoto; la resistenza del mezzo viene sostituita dalla resistenza intrinseca del corpo, mentre il peso o la leggerezza assumono il ruolo di forza motrice nel caso dei moti naturali. Per i moti forzati viene modificato il ruolo svolto dal mezzo nel trasmettere per contatto la forza motrice. Si inizia dunque a pensare che in un moto violento una qualche forza non permanente sia impressa nel corpo e che inoltre il corpo stesso e non il mezzo fornisca una resistenza al moto. Nella versione medievale di Buridano tale forza impressa viene chiamata "impetus" ed assume il ruolo di causa motrice interna al corpo nel moto violento. L"'impetus" non viene solo utilizzato per spiegare i moti violenti ma anche i moti naturali, ovvero l'accelerazione dei corpi che cadono verso i loro luoghi naturali. Buridano separa il problema della causa della caduta dei corpi da quello dell'accelerazione di caduta: i corpi cadrebbero con velocità uniforme a causa della loro gravità poiché il loro peso rimane costante durante la caduta. Buridano scrisse: "suppongo infatti che la gravità naturale della pietra rimanga sempre la stessa e simile prima del moto e dopo il moto e durante il moto, cosicché la pietra si ritrova esser dopo il moto ugualmente grave che prima" (Sul Cielo e il Mondo). 

L'accelerazione richiede dunque una spiegazione: rinunciando alla vicinanza al luogo naturale, Buridano sostiene che l'accelerazione è causata dall'accumulo di incrementi di impeto: "Così dunque da principio il grave è mosso solo dalla sua gravità naturale, e perciò si muove lentamente; successivamente è mosso insieme dalla gravità e dall'impeto acquisito, e perciò si muove più veloce; e diventando il moto più veloce, anche l'impeto diventa maggiore e più forte, e così il grave viene mosso insieme dalla sua gravità naturale e da quell'impeto maggiore; e così di nuovo si muove più velocemente, e in tal modo continua sempre ad accelerarsi sino alla fine" (Sul Cielo e il Mondo).

A dimostrazione della sua tesi Buridano porta un esempio pratico: "se tu fai ruotare velocemente una mola da fabbro grande e molto pesante, e poi cessi di muoverla, essa continua a muoversi a lungo per l'impeto acquisito; anzi tu non potresti fermarla rapidamente, ma per la resistenza derivante dalla gravità della mola quell'impeto diminuirebbe lentamente in modo continuo fino alla cessazione del movimento della mola; e forse se la mola durasse per sempre senza alcuna diminuzione o alterazione, e non ci fosse alcuna resistenza corruttiva di quell'impeto, la mola sarebbe mossa perpetuamente da quell'impeto" (Sul Cielo e il Mondo). 

In poche parole Buridano sostiene che, se l'impeto acquisito dalla mola non avesse ostacoli, quali l'attrito o la gravità della mola stessa, esso durerebbe per sempre, permettendo anche alla mola di muoversi ininterrottamente. Tre elementi vanno individuati nel processo di caduta: la pesantezza del corpo, l'impeto, la velocità. La pesantezza del corpo è la causa di una velocità costante, inoltre in ogni intervallo di tempo essa produce un impeto che a sua volta nell'intervallo successivo produrrà un incremento di velocità. La tradizione aristotelica viene comunque rispettata perché la forza è sempre collegata alla velocità e non all'accelerazione, in quanto è l'incremento di impetus che produce un incremento di velocità nell'intervallo successivo. La teoria dell'impeto, come si può ben comprendere, non pretende un distaccamento totale o una critica radicale alla visione aristotelica; anzi, poggia le sue basi proprio su di essa . Ma il fatto stesso che un'auctoritas come quella aristotelica sia soggetta ad una revisione e ad una modifica, seppur non sconvolgente, è il segnale che qualcosa nella mentalità dell'epoca e nel rapporto dell'uomo col sapere stia cambiando: esso ora viene sottoposto ad una critica, e non viene più considerato come una verità "sacra" da accettare incondizionatamente.

Bibliografia: M. Clagett, La scienza della meccanica nel medioevo, Feltrinelli, Milano 1972.